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Guenevere si difende

(William Morris, da The Defence of Guenevere and Other Poems, 1858)
Traduzione it. Gabriella Micks

Gabriella Micks, who was born 26 September 1938 in Florence and died 9 October 2006 in Brazil, was Full Professor of English Literature at the University "G. d'Annunzio" of Chieti-Pescara. As one of the founders of the Italian Association for English Studies (AIA) and the Italian Association for North-American Studies (AISNA), she distinguished herself by a wide range of interests and especially for her dedication to students. She published articles on Elizabethan culture, eighteenth-century fiction, the Romantic period, the relationship between visual arts and narrative fiction, Walter Pater, Oscar Wilde and American culture. Among her published works are Le Verità di una Maschera. Il Pensiero Estetico di Oscar Wilde (1984) and William Godwin tra Ideologia e Immaginario (1990). We are grateful to Professor Eleonora Sasso and to Silvia La Regina for contributing this information.


GUENEVERE SI DIFENDE

Ma, sapendo che ora volevano farla parlare,
Scrollò il capo per liberarsi il volto dai capelli madidi;
Portandosi una mano al viso, sulla bocca,
Come se lì vi fosse stato impresso un marchio vergognoso,
Convinta che fosse vergogna non sentirne vergogna;
Il cuore in tumulto, le guance ardenti
Tanto che doveva toccarle; camminando a stento
Si allontanò da Gauwaine, ma col capo
Eretto: rapide sulla guancia s'asciugarono
Le lacrime; infine s'arrestò e disse:
"Nobili cavalieri, sembra ben poca cosa
Parlare di cose ben note, ormai trascorse e sepolte nell'oblio.
Dio sa che dovrei dire d'aver agito male,
E supplicarvi per ottener perdono!
Poiché dovete certo aver ragione, voi che siete
I maggiori nobili del regno - eppure
Ascoltate: immaginate sia giunta l'ultima vostra ora
E di esser soli e debolissimi;
Morenti, inermi mentre violento
Il vento increspava i ruscelli che bagnano le vostre terre:
Immaginate un improvviso silenzio, e che poi qualcuno parlasse:
"Uno di questi drappi è il cielo, l'altro l'inferno,
Scegli ora per sempre; non ti dirò come distinguerli,
Dovrai decidere da solo, affidandoti
alle tue forze: su, guarda e scegli!"
Sì, davvero, mio signore: immaginate
Di aprire gli occhi, e di vedere ai piedi
Del vostro solito letto di sempre
Un gigantesco angelo divino, con le ali spiegate di colori
Sconosciuti sulla terra, le mani stese in direzioni opposte,
Illuminato tutto di luce celeste, che
Fa apparire i suoi ordini, ordini divini. L'angelo
regge i due drappi stesi avanti a voi:
E uno di questi strani drappi era azzurro,
Mosso dal vento e lungo, l'altro invece corto e rosso;
Nessuno al mondo era in grado di capire quale fosse quello giusto.
Dopo una mezz'ora di brividi diceste:
"Dio m'aiuti! Scelgo l'azzurro, colore del cielo"; e
L'angelo disse: "L'inferno, allora."
Forse allora vi sareste rotolato sul letto,
Gridando a tutti gli uomini valenti che vi amavano,
"Ah, Gesù mio! Se solo avessi saputo, saputo, saputo …";
Launcelot partì, allora seppi
Come sanno i saggi, tutto ciò che sarebbe avvenuto,
­E gemiti mi uscirono dal seno,
Volevo rotolarmi per terra e morire,
Eppure avevo paura di morire per timore di quanto avevo seminato.
Eppure voi, sir Gawaine, mentite:
Qualunque cosa sia successa in questi anni,
Dio sa che dico il vero, dicendo che mentite."
La sua voce, chera bassa, colma di lacrime, Si fece chiara, forte e acuta,
Ferendo le orecchie di tutti come il grido d'un vento lamentoso,
Alta suonando nella mente loro sorpresa, finché disse
Che Sir Gauwaine mentiva: allora s'abbassò di nuovo, e
Immensi, gli occhi ancora si colmarono di pianto;
Ma ancora·si teneva dritta, senza tremare,
E continuò senza timore a parlare, coraggiosa dama di stupenda bellezza!
Incurante delle lacrime bevute dalle sue labbra piene,
In piedi, pareva immersa nei suoi pensieri, torcendosi i capelli,
E infine parlò forte senza più alcuna traccia di vergogna
Il corpo contorto dalla passione:
"Per caso un giorno Launcelot venne
A dimorare alla corte di re Artù: era Natale;
Quando gli araldi cantilenarono il suo nome,
‘Figlio di re Ban di Benwick'", sembrò un canto che .rimava con le campane
Che alte squillarono tutto quel giorno,
Sopra i tetti imbiancati di, neve.
Natale e il bianco inverno trascorsero,
E su di me il sole d'aprile brillò infine,
Minaccioso per nere nubi gonfie di grandine;
E durante l'estate impallidii per la fiamma che mi consumava,
E chinai il capo--era autunno, e la struggente
Certezza che tutto era per sempre mutato,
Per ricca che fosse la primavera di fiori
E di germogli, mi ferì improvvisa, e divenni
Indifferente a tutto o quasi, lasciai ticchettare all'infinito l'orologio
Secondo i battiti dei miei polsi sofferenti,
Battiti che percorrevano come brividi di febbre
Il mio corpo ansioso: mentre ridevo forte,
Le labbra curve in un sorriso vero o falso, la primavera
Pareva stagione fredda e vuota, perché senza nuvole.
Miei giudici, sappiate che allora mi furono portati i due drappi:
Mentre ero preda così di continue vertigini, antichi
Pensieri solevano affollarmi la mente,
Di quella che ero prima di venir comprata
Dal gran nome e poco amore di re Artù,
"Devo abbandonare per sempre allora," pensavo,
"Quello, credevo, che per sempre intorno a me
Avrebbe percorso la sua orbita immutabile,
Tutto rivestendo di splendida luce;
Per una piccola parola, detta senza convinzione,
Dovrei ora per sempre esser fredda come una pietra?"
Vi chiedo, di grazia, non è forse volontà di Dio
Che tutti siano felici e buoni?
Ora amo un po' Dio, ma se questo legame
Venisse spezzato, che altro mai potrebbe
Hai più farmi amar qualcosa, in cielo o in terra?
Così,un giorno dopo l'altro, l'animo mio sempre più si convinceva
Come se lento scivolasse lungo un sentiero infinite volte percorso e scivoloso,
Che porta a un fresco mare in un giorno estivo;
Eppure mentre scivolavo vi era un lieve fermentare
Di mani stese per aggrapparsi a piccole pietre sul cammino,
Finché con certezza infine il mare era raggiunto;
Provai una gioia nuova e strana quando il capo stanco
Posai all'indietro, lunghissime alghe marine i miei capelli;
Sì, le onde che amavo lavarono via senza lasciar traccia
Il sudore che m'imperlava da tempo la fronte,
Dissetando le aride labbra screpolate,
Là sul mare deserto, lungi da ogni nave!
Non conosco ora una giornata di primavera?
Non v'è istante di quel giorno di selvaggia libertà
Che mai possa cancellare dalla memoria;
Sento uccelli cantare, e dovunque mi trovi improvvisi
Ricordi riaffiorano nitidi e pungenti,
La bellezza quel giorno mi fece quasi smarrire la ragione,
E tutta sola senza le mie dame mi recai
In un quieto giardino circondato da alte mura;
Mi rallegrai delle mura di pietra,
Che imprigionavano fiori ed alberi col cielo,
Moltiplicando tutta quella bellezza: mi penetrò
Fino alle ossa, sì, fin dentro al cuore, ormai
Spaurito da logoranti pensieri, e mi rese lieta;
Immensamente lieta, e allora seppi veramente,
Una cosa da nulla mi aveva appena fatto smarrire la ragione;
Non osavo pensare, come qualche volta solevo fare,
Alla mia bellezza: se avessi steso la mano affusolata
Contro l'azzurro, guardando attraverso le dita teneramente oscurate
Pensai che di certo si dovesse vedere attraverso,
Ecco, guardate, qui dove la tenera immobile luce
Ancora s'attarda, delineandone i contorni; che avrei dovuto fare,
Se a questo, cantori screziati di giallo,
E improvviso verde attirato dal sole verso l'alto,
Venivano aggiunti? Ma gridando, ecco guardate!
Lunghi capelli tutti sciolti, come
Presa da un incantesimo rimasi ferma a guardare
Il vento dell'ovest rapido muovere le fronde
Che debolmente, quasi senza respiro, frusciavano--
Che dico, perfino ora sciogliendomi i capelli
Perdo la testa: ma ancora un poco ascoltate-- 
In quel bel giardino venne a passeggiare
Launcelot; e questo è vero, il bacio
Che ci scambiammo incontrandoci quel giorno,
Quasi non oso parlare di quella felicità ora solo ricordata,
Quando le nostre bocche che vagavano divise
Lungo lo stesso sentiero, dolenti s'incontrarono fra le fronde;
Le nostre mani lontane si cercarono e trovarono.
Mai s'era innanzi Launcelot accostato
Alla mia splendida veste--e ora, così vicino!
Dopo quel giorno, perche Guenevere si tormenta?
Eppure voi, sir Gauwaine, mentite,
Qualunque cosa sia avvenuta in tutti quegli anni,
Dio sa che dico il vero, dicendo che mentite.
Io che sono regina, potrei piangere così
Se non mentiste? Una grande regina come me
Che così ha peccato, inaridisce la sua coscienza;
E vive poi atrocemente, uccidendo e avvelenando,
Certo non versa lacrime, mai--Gauwaine,
Siimi amico adesso, rivolgimi dolci parole
Affettuose: non vedo forse come la tenera pietà
Che Dio c'insegna s'insinua nel tuo essere, e ti trema
Sulle labbra? Ricorda dove dorme tua madre,
Sepolta lontano, in qualche oscuro luogo a sud,
Gli uomini dimenticano mentre ti parlo; per il suo capo
Reciso in quella carestia crudele di pietà
Che guidò il terribile colpo di Agravaine,
Abbi pietà ti supplico! Non far che le mie grida
Per sempre, poi, quando soffiano striduli i venti
Attraverso le feritoie del tuo castello, ti feriscano le orecchie.
Non far che urli per sempre, poi, nelle notti d'inverno
Quando cavalchi tutto solo nelle tenebre!
Che nella battaglia, le mie lacrime non rendano
Rugginosa e inefficace la tua spada!
O Dio misericordioso, guarda come distoglie il volto!
Ebbene, sempre sono costretta ad amarmi per lottare,
Allora--che operi la giustizia divina! Gauwaine,
Ascolta, guarda come sconfiggo tutte le tue prove.
Si, tutti lo sanno, hai detto che Mellyagraunce
Un giorno, un giorno amaro a "La Fausse Garde"-- 
E tutti i nobili cavalieri ci credono, da allora--
Vide--sì signori, un'azione malvagia, indegna di un vero cavaliere;
Eppure tu, Gauwaine, gli credesti ciecamente--
Questo Mellyagrance vide del sangue sul mio letto--
Sangue di chi, vi chiedo di grazia miei signori?
Forse la legge costringe una regina a dire
Perché rosse macchie compaiono sulle coperte del suo letto?
Oppure direte: "Bianche, signora, sono le vostre
Mani, come il dì delle nozze: da dove avete perso
Sangue?" E dovrò io balbettando giustificarmi:
"In verità, nobile signore, arrossisco, costretta
A strapparmi di fronte a voi la manica della mia veste
Fino alla spalla, dove ieri sera la punta di un coltello
Per accidente m'ha ferita": così devo difendere
L'onore di Lady Guenevere? Eh no, nobili
Signori, manco foss'oggi il giorno del Giudizio,
E voi soltanto foste i giudici, non Dio.
Avete visto Mellyagraunce quando Launcelot
Gli si accostò? Quale pallida paura
Gli raggelò il sangue, mentre batteva i denti,
Un gomitolo di terrore il corpo suo tremante? Quando il mio campione
Gridò: "Tu uccisore d'uomini inermi, voglio
Concederti onorevole tenzone ad armi pari.
Tu che subdolo trappole tendi, su, guardati il capo,
Per Dio, il cuor mio tanto gioisce che con te mi batta,
Tu che violento denudi le dame, da far sì che la mia mano
Paia forte e pesante come il piombo; Sia lode al cielo! Suvvia, presto,
Prendi la spada, combatti, ché nel mio petto si destano
Ad incitarmi tutte le mie ferite antiche,
E quest'attesa m'accieca d'ira."
Mellyagraunce incrociò sul petto le braccia,
Cadde prono a terra, ai suoi piedi, vilmente supplicandolo
Di risparmiarlo: piangeva di dover morire così giovane.
Rispose il mio campione: "Rialzatevi signore, voi
Così pronto nel far prigioni le dame, combatterò
Armato solo a metà, tutto scoperto il fianco sinistro!"
E allora seppi,  Sir Mellyagraunce balzò su
Lieto, pieno di gioia nel volto di falso cavaliere;
Allora l'odio sorse in me vedendo
Il mio campione nella lizza, gli occhi rivolti
Al mio steccato, al rogo già per me apprestato
Con sì lieto sorriso, che sospirai
Ansante, stretta dalla cintura d'oro, libera
Adesso dall'angoscia quando iniziò il duello;
E mi si fecero vicini. Sir Launcelot lo teneva
A bada, a destra: parando attento i colpi,
E la spada dello spergiuro instancabile guizzava rapida
Finché il mio campione d'improvviso
Passò la spada nella sinistra, facendola fulminea volteggiare;
Ecco tutto il duello, uno spruzzo di sangue
Su sabbia ardente, perché ardeva l'estate;
So che mi domandavo come il rogo in cui ero votata
A bruciare, avrebbe alzato le sue fiamme
Nell'intenso calore, l'aria tremolava,
In alto sopra il mio capo; così andarono le cose;
Ed eran solo presagi delle sciagure
Che il futuro mi riservava. E tuttavia
Mellyagaunce venne stroncato,
Perchè aveva combattuto contro il Signore Dio nostro;
Perciò, miei signori, attenti a non invischiarvi
In tutta questa malvagità: non dite sconsiderate
Parole contro di me, così bella; gli occhi miei,
Slavati di pianto fino a sembrar grigi e spenti,
Ancora spingeranno forse qualche spada a farvi annegare
Nel vostro sangue; ecco il mio seno eretto,
Innalzato come onde di mare purpureo mentre qui
Sto in piedi avanti a voi; e come con grazia meravigliosa
Le mie braccia si muovono leggere, sì, secondo
Gli ordini del mio cuore gonfio ma fermo;
Attenti alle parole che risalgono il mio collo lungo
Fremendo, fino alle mie labbra; a come nella mia mano
L'ombra si nasconda, vino in una coppa meravigliosa
D'oro dipinto; sì, ora la brezza si alza, guardate in alto
Stupiti di come cada la luce
Fra le mie trecce ondeggianti: oserete forse,
Dopo un sia pur breve sguardo alla mia fronte,
Dir ch'io sia cosa vile? O ascolterete
Le menzogne pur plausibili che intesse l'astuzia
Quando il mio volto, incontaminato da menzogne,
S'offre liberamente al vostro sguardo?
Non son io stessa, nella mia nobiltà,
Ampia prova--"Ma Launcelot fu trovato,
Signora, solo con voi"--v'è forse un degno cavaliere
Che non obbedirebbe la sua regina quando
Ella gli chiede, regale ma dolce:
"Tu, sincero come una spada, vieni e parla con me
Amo vedere il tuo passo fermo, il tuo sorriso
Mite illuminarti il volto, e udire
I tuoi sinceri racconti, di meraviglie colmi:
Amico mio, al mio cuore, vicino, vieni stasera,
Che lente le ore si trascinano tediose;
Se non verrai, temo di abbandonarmi
Ai neri pensieri del passato, quando
Ero giovane, verde germogliava la speranza,
Poiché nessuno sa perché sospiro;
Nessun giovane canta per me dolci canzoni,
Né mi porta quei fiori che colmano i giardini variopinti;
Perciò sento vivo il desiderio
Di un'ora con un uomo come voi, Launcelot;
Sì da essere di nuovo bambini insieme,
Ignari di ogni male, per una sera sola."
Non venne forse a me? Che mai poteva dire
Launcelot, leale cavaliere, alla sua Regina
Che lo chiamava? Eravamo solo in due
Nella mia quieta stanza quella sera, allegri;
Finché d'improvviso m'alzai, debole, pallida
Preda d'un malessere, perché una rissa
Spezzò il nostro sogno, sì,
Guardai Launcelot in volto, incapace
Di parlare, anch'egli infatti per un po'
Incerto; poi, ricordo, cercai di gridare
Senza riuscirvi, e caddi a terra: rimbalzando sul pavimento
Le pietre scagliate nella lite mi risuonavano nella mente,
Rendendomi ancor più preda di vertigini; poi
Le ancelle accorsero circondandomi di cure,
Mentre il capo poggiavo contro Launcelot
Che ne calmò il livido tremolio, finché
Egli disse: "Per Dio! Altro oggi non vi dirò,
Pensate quel che vi pare--che importa?'
Conoscete bene la storia di quella rissa
Che coinvolse Gauwaine--tutto, tutto in verità
Sapete, tranne quel che mi salverebbe; son cose
Queste che vengon trascurate.
Eppure voi, sir Gauwaine, mentite,
Qualunque cosa sia avvenuta in quegli anni,
Dio sa che dico il vero, dicendo che mentite.
Tutto quello che ho detto è vero, per le lacrime di Cristo."
Tacque, né volle pronunciar altra parola, ma
Se ne stava immobile, distogliendo il viso;
In ascolto, come chi oda lontana  la búcina
Di suo fratello squillare nella selva
Delle lance nemiche. Ansiosa si sporgeva,
Talvolta sobbalzava leggera, e davvero udì
Qualcosa, infine; gioiosamente
Il volto le s'imporporò mentre veloce,
Precipite il destriero attirò gli occhi di tutti;
Il cavaliere giunto nell'ora del pericolo
Era, come sperava, Launcelot.